Ricordo che ne ero terrorizzata e ricordo un paio di ceffoni dolorosissimi che mi appioppò una volta, con quelle stesse mani capaci di suonare splendide melodie al pianoforte, in chiesa. Eppure le volevo un gran bene, mi ha insegnato molte cose e da superiora dell'istituto, è stata comprensiva e gentile. Peccato che il suo mandato scadesse proprio mentre ero in quarta elementare, abituarsi alla strega che venne poi fu duro, mai visto donna più subdola e cattiva, degna di qualche film Disney.
Comunque, ricordo una canzoncina che suor Luigia ci cantava.
Diceva, più o meno così:
una rana con la gobba fin lassù,
che si credeva tanto tanto bello,
e rimirava con il naso in su,
un giorno vide un bel ranocchino...
che un bell'inchino gli voleva far...
(sprezzante lo spostò) dal suo cammino e
dicendogli: <<brutto!>>lo insultò.
Il vicino lo guardò, sorridendo per un po' e questa
canzoncina piano piano gli cantò:
<<Fratellino fratellino,
siamo compagni del destino
e se la differenza c'è...
Io non faccio come te!
Fratellino su rifletti...
bada un poco ai tuoi difetti!
Se ti specchi vedi che...
Sei più brutto assai di me...!
Non guardare al fuscellino
che é nell'occhio del vicino...
Pensa invece assai di più
alla trave che c'hai tu!>>
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All'inizio ero ossessionata...venivo sempre a vedere se qualcuno leggesse o meno i miei post, pensando che il blog avrebbe fatto di me una scrittrice, o che comunque avrei potuto utilizzarlo come laboratorio di scrittura, dove la gente viene e ti dice: "hey, scrivi bene" oppure "no, datti all'agricoltura" o, meglio ancora: "devi migliorare qua...e qua...questo non va..." ma non è succeso che nei primi tempi, per caso, grazie a Dersu, che seguiva la storia che raccontavo. Poi, quando ho esurito le idee, l'ho cancellato. Ne è rimasta traccia sul mio computer. E un pò mi dispiace. Adesso mi sono liberata del pensiero delle visite, dei commenti. E' che il blog, le persone che venivano, erano come degli amici e mi ero affezionata a loro, nella mia immensa solitudine. Vado a studiare storia economica. Che pizza! Ciao!
Ho vissuto circa sette o otto anni senza corrente elettrica ed acqua calda.
Ricordo che d’inverno, mamma andava spesso a fare la spesa, stando senza frigo la roba si rovinava in fretta. Comprava un paio di fettine, una lattuga, e li poggiava su una scatola di metallo, potrei definirla così, sul balcone. Era sotto la caldaia, poggiava direttamente sulle piastrelle rettangolari, rosse, incastrato fra il muro ed una colonna chiara. Era blu, e dentro, quelle rare volte che ho aperto lo sportello, non c’era niente, se ricordo bene, tranne qualche ragno solitario impegnato a tessere.
Mamma poggiava la carne del supermercato, la frutta che acquistava solo in occasioni speciali- spesso si trattava di qualche agrume, avevamo la passione per il tè e le spremute, e di frutti esotici, soprattutto mango, che allora si trovava a prezzi molto vantaggiosi per le nostre tasche.
Ricordo che molte volte lei usciva e io rimanevo a casa con mio fratello, allora aveva due o tre anni, e non sapeva cosa fosse una lampadina accesa. Avevamo un stereo che un tizio aveva voluto formalmente regalare a mio fratello, quando aveva scoperto che al bambino piaceva agitarsi al suono di Michael Jacksone litigava con me per avere il mio prezioso walkman, regalatomi dai miei compagni di classe. Allora, ero ancora una tredicenne impaziente, e non mi andava di dargliele tutte vinte. Era tutto uno strepitare, ma alla fine, cedevo.
Gli piaceva correre, mugulando qualche suono, faceva sempre un gran baccano. Ogni tanto spariva: sotto il letto, nell’armadio. Era così rotondo e piccolo che avrebbe potuto infilarsi ovunque anche se il suo odore, un miscuglio di pomatine e pannolini, si riconosceva sempre. Andavamo ovunque insieme. Mia madre spesso sentiva il bisogno di chiudersi in bgno con le sue sigarette ed i suoi pensieri sconclusionati. E allora andavo a fare la spesa, o al parco con le amiche, sempre con il bambino appresso. E lui era felice. Quando poi lei usciva la sera per lavoro, rimanevamo noi soli, a lume di candela, e ogni tanto gli chiedevo: “vuoi fare pipì?”puntualmente scuoteva la testa. La mattina dei finesettimana mi facevo aiutare nelle pulizie, e poi gli facevo il bagno. Mangiava sempre le spugne, ma amava stare nell’acqua.
..Ricordo che il pavimento era sempre pieno di cera, così come il termosifone che periodicamente, con una scheda telefonica finita mi occupavo di liberare da quelle stalagmiti bianche.
In casa faceva sempre freddissimo e si faceva a gara a chi si copriva di più. Il piccolo aveva sempre qualche mio vecchio maglione, in particolare uno, rosso e giallo, il mio preferito quando ero una bambina che non so per quale motivo mi ricordava Barbie e Ken.
Il nostro passatemo preferito era preparare tè- a tal proposito facevamo incetta nei grossi supermercati, di tazzone di dimensioni poco british. Nelle serate di pioggia, quando entravano spifferi ovunque, cercavamo di abbassare tutte le tapparelle sane, coprivamo il grosso specchio in camera da letto con le lenzuola perché mamma temeva che il riflesso di un lampo nello specchio avrebbe potuto creare chissà quali danni. Ci mettevamo a letto e cominciava la nostra serata letteraria, interrotta solo, a tratti, da qualche commento. Senza la lettura e la musica, non so cosa sarei potuta essere oggi.
Ancora oggi, che sono passati anni, senza la musica mi sento persa. Sono stonata e a parte il flauto, che suonavo a scuola, non so maneggiare alcuno strumento.
Ma ascoltare la radio per tutti questi anni, ballare con mio fratello le canzoni della Brtney Spears- avevo 14 anni credo quando comprai il suo disco, era la prima volta che compravo un cd! – era il massimo. Passavo il sabato ad ancheggiare e piroettare nel salone di casa, immaginando un pubblico entusiata. Quando andavo a fare la spesa portavo con me il walkman regalatomi dai miei compagni di scuola per il mio compleanno.
Posso stare senza tv e senza computer, senza quotidiani. Ma i libri, la musica, la scrittura, sono state la mia ancora neigli anni di formazione. Ripenso spesso a quando chiedevo a mia amadre di ascoltare i miei racconti vincendo le sue resistenze. Spesso era antipatica con le sue osservazioni, ma era il mio giudice più attendibile. Mio fratello fingeva di capire e diceva: “si…no…eh?!” continuamente. Il bambino si sedeva fra noi, e giocava con i suoi piedi o con le mie treccioline. Altre volte, beveva qualcosa anche lui e poi scappava in giro per la casa, correndo come un pazzo. Nei giorni di massima ispirazione si dedicava al suo uccellino, Junior, oppure sfogliava i giornali e ci intorrompeva continuamente per farci vedere le figure, spesso trasfigurate dai pastelli. Era un bambino delizioso, con grandi occhi quasi a mandorla, nerissimi, e tantissimi capelli ricci. Lo guardavo e ricordavo mia madre. Si somigliano molto. Lo stesso colore della pelle, così chiaro, lo stesso naso leggermente schiacciato, le labbra interamente rosse, e lo stesso tremendo carattere. Del resto hanno anche lo stesso segno zodiacale. Ma sono ricordi. Paradossalmente sono stata più felice quando non avevo niente. Quando riciclvamo le riviste e a volte non avevo nemmeno un centesimo per fare merenda alla macchinetta della scuola. Il mio passato è duro, a volte confuso, ma è quello che ho e lo conservo caramente, anche se a ripensarci, mi viene sempre da piangere.
Dunque El3na mi ha passato una patata bollente ovvero: elenca almeno sette scheletri nell’armadio.
Dunque…
1) da piccola sono stata in un collegio di suore. Qualche volta, quando non c’era nessuno nell’area cucina, e magari durante la funzione della messa andavo con un’amichetta nella dispesa e rubavamo i twix, (sapete, i biscottini con il caramello ricoperti di cioccolato…) dal frigorifero. E che caspita, ci davano sempre pane e formaggino!
2) Ho detto che ho passato l’esame di demografia, in realtà dovrò rifarlo per la terza volta…
3) vediamo…una volta, alle medie, ho disegnato una riga con una penna sul pantalone nuovo di zecca di un compagno di classe, si tratta della tuta di ginnastica. Si trattava di un antipatico che una volta(per sbaglio però)mi ha tirato il flauto in un occhio a lezione! Si lagnava come un ossesso ma io ho detto molto innocentemente: “non l’ho fatto apposta...”
4) Da piccola ho fatto la pipì nel vaso di un albero finto che stava nel mio condominio…
5) Ho incontrato un ragazzo di nascosto sua senza dirlo a mia madre che mi credeva a scuola. In realtà siamo usciti un paio d’ore prima e ne ho approfittato per questo incontro galante. Non è successo niente però L
6) Ho mentito alla mia amica inventandomi un malore. In realtà non la volevo vedere e non sapevo come dirglielo.
7) Ho buttato nel secchio in un momento di sua distrazione dei tremendi biscotti dell’amica di mia suocera. Mi hanno costretta ad assaggiarlo nonstante io dicessi loro che non mi piacciono…Mi hanno chiesto: “hai già finito?” e io: “sììì…erano buonissime!”
Vorrei aggiungerne un ottavo: per togliermi dalle scatole una specie di spasimante, ho detto ad un ragazo che il mio fidanzato era un pugile di fama internazionale molto razzista e geloso. Non l’ho più rivisto.
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Era una strada ai lati della quale c’erano due file di palazzi molti belli e visibilmente vecchi. Suo padre svoltò a destra e trovo un posto dove parcheggiare la macchina.
Scesero. L’uomo, un quarantenne con la pancia pronunciata con dei baffetti duri e le labbra rosse che stridevano con il suo colorito scurissimo, si sollevò appena sui tacchi e suonò al campanello alto. <<Chi è?>>Gracchiò una voce.
<<Sono Jimmy, suora, porto la bambina a scuola.>> rispose l’uomo, alzando un po’ il tono della voce.
Clac.
Il grosso portone marrone si aprì davanti ad una decina di scale in marmo, che conducevano ad una porta aperta, oltre la quale si intravedevano altre due rampe di scale, una che saliva, al di sopra della quale c’era una piccola grata rettangolare che lasciava oltrepassare molta luce e l’altra, che scendeva, e conduceva ad un atrio, forse, il passaggio verso una stanza.
Jimmy, che non aveva smesso di reggere la mano della bambina da quando erano scesi dall’auto, chiuse il portone dietro di sé e si accorse che alla sua sinistra c’era una stanzetta buia.
<<E’ lei la bambina?>>L’attenzione dei due ospiti venne attirata da una voce di donna anziana. Si trattava di una suora curva, con delle ciabatte di pelle marrone che trascinava producendo un fruscio. Aveva un viso rotondo, con grosse sopracciglia nere mentre, dal velo, sbucavano dei sottili fili bianchi. La bambina ebbe l’impulso di mettersi a ridere, tanto era buffa quella donna, con le guance smorte e piatte che creavano una sorta di ruga vicino alle labbra finissime.
<<Sì, è lei. Ho Parlato con suor Andreina, dovevo portare la bambina oggi. C’è la suora?>>
<<e…sì, sì, adesso la chiamo>>. Si girò, con il sedere sporto verso di loro per la sua postura curva, trascinando i piedi.
<<Andreina…?Sì, sì…C’è un signore con la bambina, dice avevate parlato. Si chiama…>>
<<Jimmy!>>
<<Jimmy…si chiama Jimmy. Sta scendendo>> disse loro dopo aver attaccato il telefono.
Suor Andreina era minuta, con un naso a cipolla e gli occhiali rettangolari. Salutò la bambina.
<<Come ti chiami?>>
<<Charlene.>> I due adulti parlarono un poco fra loro mentre la bambina si guardava attorno, distrattamente e toccandosi i folti capelli raccolti una coda. C’erano fiori ovunque. Soprattutto piante. Grandi piante verdi dalle foglie larghe e lucide. La suora prese la bambina per mano e salirono un paio di rampe di scale. Si udiva il rumore dei bambini che urlavano nelle classi.
La condusse in un’aula grande, dove un’altra suora, sorridendole, la presentò. Charlene, confusa, si guardò attorno. Una ragazzina dai capelli castani, a caschetto, urlò:
<<Vi presento la nuova strega!>> Gli altri bambini si misero a ridere. La maestra li sgridò.
<<Papà!Papà!>>Charlene, in lacrime, scappò lontana dai suoi nuovi compagni di scuola e corse giù, verso il portone, gridando ancora: <<Papà!Papà!>> cercando disperatamente quel volto a lei caro…Ma fu come raggiungere un vicolo cieco. Cercò di uscire, ma non ci riuscì. Lui non c’era. Adesso le lacrime erano silenziose. Ogni tanto tirava su con il naso, sentendosi sperduta. Abbandonata.
<<Papà…!>> Suor Andreina la raggiunse, trafelata, cercando di consolarla. <<Papà tornerà presto, adesso andiamo in classe. Non piangere, va bene?Torna presto.>>
Presto, significò una settimana. Sei giorni divisi in una stanza con delle altre bambine di nazionalità e colori diversi. Sei giorni senza la mamma, senza capire perché. Non ricordava neppure se le avessero spiegato come mai era lì. Il sabato suo padre venne a prenderla, sorridente e sereno. Splendente. Ma lei era felice solo a metà. Era adirata per il suo tradimento. Per averla lasciata lì, con quella strega di Virginia, con la quale non era riuscita a diventare ancora amica, a distanza di una settimana. Il giorno dopo, la domenica sera, verso le sei, suo padre la riaccompagnò di nuovo in quel posto freddo, pieno di bambine, pieno di suore di varie forme. E così, cominciarono i suoi sei lunghi anni, nel collegio delle Pie Operaie dell’Immacolata Concezione.
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