lunedì, 09 febbraio 2009
Eluana Englaro é nata a Lecco il 25 novembre 1970, ed è morta oggi, 9 febbraio 2009, a Udine, alle 20.10 dopo 17 anni di coma vegetativo. C'è stata un'attenzione morbosa al suo caso:è morta?è stata uccisa? Eutanasia? lo voleva? Era cosciente? incosciente?
Che importanza ha, ora?
Per una sera sarebbe bello se scendesse il silenzio.

jayperry alle 19:56 in: vita, dolore, malattia
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domenica, 02 settembre 2007

Quando arriva, la solitudine ti coglie lì,soffocante, sull’ultimo gradino della scala che porta in camera da letto, proprio mentre senti dalla finestra lo schiamazzo dei ragazzini che stanno tornando dalla piazza.

Avverti come una fitta al cuore e riesci a non far scendere l’unica lacrima, traditrice, che spunta sugli occhi.

Allora riscendi le scale, all’improvviso non hai voglia di riprender sonno. Vai in cucina, ti affacci alla finestra che da sul bar che alle quattro del mattino già sforna cornetti bollenti.

Spii il primo movimento della giornata: un furgoncino bianco, una decina di donne molto curate, con indosso giacche leggere quanto basta per coprirle dalla brezza prima dell’alba ne scendono fuori con passo incerto. Alcune di loro si scambiano qualche parola.

Rumore di tazze, una zanzara viaggia attorno alle tue orecchie, ronzandoti attorno come una bimba piagnucolosa in cerca d’affetto. Ti stringi nelle spalle.

“Per fortuna non ho acceso la luce”. Sarebbe imbarazzante farti scoprire mentre non ti fai gli affari tuoi. Provi a immaginare cosa dia forza a quelle donne. Provi a carpirne il segreto in quegli orecchini, in quei capelli tinti, in quel passo ora più veloce. La macchinona riparte: destinazione campagna.

La strada è deserta finché non arriva un uomo, la pancia nera a righe bianche e un paio di pantaloni chiari. Dei sandali, come quelli che vanno di moda. “Non mi interessa”.

Senza pensarci corri su, ti vesti di tutto punto afferri la tua borsa e decidi di andare a fare colazione, giù al bar. 

Il barista ti accoglie con un sorriso smagliante, come se non si fosse svegliato nel cuore della notte. Ti riscalda l’anima. Lo senti amico.

“Olivia! Sei caduta dal letto?”

Sorrido. “E tu?”

“Ah, beh” mi dice con la solita ironia “io dormo direttamente sul retro.”

“Mi faresti un bel tè al limone, per cortesia?”

Ti avvicini alla cornetteria e prendo una ciambella. Deliziosa.

Il tè ti fuma addosso aromi di qualche sperduta piantagione.

Una folata di vento.

“Come va quella traduzione in inglese?”

“Oh,ma ti ricordi ancora…Va bene, grazie.”

Finisci la tua consumazione con lentezza. Nel frattempo arriva qualche signore del paese. Ti salutano cortesemente e tu, con i tuoi occhioni da cerbiatta ricambi, facendo dimenticare a tutti la tua dentatura imperfetta.

Ti appoggi allo stipite della porta. Se non fossero attaccati al tuo cranio il vento spazzerebbe via i tuoi pochi capelli lisci, fini, biondi. Cortissimi.

Ti passi una mano fra i capelli.

“Stanno ricrescendo”. L’umiliazione più grande, dopo il tumore, è stata quella di perdere i capelli, di diventare calva. Brutta. Una donna magrissima senza capelli. Che schifo.

“Ma stanno ricrescendo. Quando potrò mi tingerò di rosso”.

Torni indietro a pagare, ma Battista, il barista dalla battuta pronta e la risata  allegra, fa un cenno con la mano, come a dire: “non ti preoccupare”. Sussurra: “E’ offerto”.

Allora fai il giro del bancone e ti accosti a lui, e gli dici: “Grazie Battista. Ma tu…come mi…”

“Olivia, sei bellissima. Ormai assomigli alla fidanzata di Braccio di ferro. Sei pure vestita come lei!”

“Ma che dici?!” Ribatti fingendoti piccata.

Lui si fa serio. “E’ tardi, va su a dormire, bambina”.

Uno sguardo all’orologio. Sono le cinque.

Quando esci dal bar qualcosa attira la tua attenzione. Sollevi lo sguardo verso la tua finestra. “Strano, non ricordavo di aver lasciato la luce accesa”.

Sali guardinga, con una certa apprensione. Ma a metà…

“Olivia!”

“Pedro!”

“Ma..Ma..”

Avevo detto che non ce la faceva con quello strazio, che soffrivo a vederti così, a non poterti aiutare, e avevo sollevato la miaa piccola borsa, la mia chitarra, ed aveva imbracciato il motorino, rombando come un tuono di metallo.

“Amore mio, perdonami”.

Non hai detto niente.

Non sei una che porta rancore. E poi, diciamolo, quella mattina eri proprio stanca. Chissà quanto avevi pianto…i tuoi occhi erano rossi e gonfi.

Ti ho scrutato controluce ed ho passato le mani sui tuoi capelli radi.

18 ore. Ti avevo lasciata troppo a lungo.

Ero un codardo, ma per amore a volte si può anche fingere di non esserlo.

E così, ti sei addormentata sulle tue gambe. Prima ancora che me ne potessi accorgere. Ma so che mi hai sorriso. Ho sentito il tuo respiro cambiare, ho sentito le tue carezze delicate su di me.

E mi sento bambino ancora una volta. Buonanotte amor mio. Riesco solo a bofonchiare: “Però prometto che, domani, ti porterò al mare. Anzi, lo giuro”. Ora piangi di nuovo. Ma di commozione e serenità.

jayperry alle 23:31 in: amore, vita, dolore, malattia, charlotteville
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