Oggi 22 novembre 2008 ci sarà un corteo contro la violenza alle donne da Piazza della Repubblica a Piazza Navona, a Roma.
Il 25 invece, è la giornata mondiale contro la violenza alle donne.
I dati sono agghiaccianti.
Perdonate la rabbia di una vittima, diretta ed indiretta, di questa infame violenta cultura maschilista alla quale non si rassegnerà mai.
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Possiamo togliere quella striscia rossa.
Íngrid Betancourt Pulecio, prigioniera delle Farc dal 23 febbraio 2002 al 2 luglio 2008, è libera!
dilaga la violenza sessuale.
la proposta: braccialetto elettronico alle donne.
E che siamo?Cani?Mucche?delinquenti?
Io avrei una proposta più efficace: rinchiudiamo le donne in carcere, visto che sono ree di essere vittime, e lasciamo fuori tutti gli altri, non sia mai che si eliminano fra di loro una volta per tutte...
Però, in carcere noi ci andiamo, ma con un bel bracciale d'oro.
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Lavorava in quel bar da qualche mese. Era un posto molto frequentato, con l’atmosfera accogliente, minimal ma ricercata. Lavorava dietro il bancone, osservatorio ideale per scrutare volti vecchi e nuovi, per scoprire piccoli vizi che incrociando per caso le persone per strada, non si notano. C’era Anselmo, il vicino di sua madre, sempre vestito elegante, con il suo completo color cammello, un omino piccolo, tondo, con le labbra quasi invisibile e tre capelli pettinati verso sinistra. Veniva ogni pomeriggio, si sedeva in un angolo, in silenzio, ogni tanto passava qualcuno e faceva un cenno con la mano grassoccia, e si concedeva l’ennesimo sorso di birra dalla bottiglia. Poi c’era quella donna, quella bionda con i capelli sempre arruffati, la vita sottilissima, che veniva alle quattro in punto, ogni giorno. Sollevava leggermente il naso per aria e chiedeva il suo cocktail di campari e aperol con due dita di gin. Diceva prorpio così: “due dita di gin”.
Sorriso li osservava ogni giorno andare e venire, i clienti. C’erano i muratori ad esempio, rumorosi, con le scarpe sporche di intonaco, l’aria stanca e la pancia innaturalmente gonfia di panini al tonno e prosciutto crudo con capperi: grazie a loro aveva preso l’abitudine di pulire il pavimento dopo l’una per essere sicura di non dover sprecare inutili energie. Guardava il via vai di gente che si susseguiva, chi per un semplice caffè, chi con la mania di offrire qualunque cosa a chiunque conoscesse anche solo di vista, chi veniva ad affogare i pensieri di una giornata dura in campagna in un bicchierino di amaro, chi veniva per lei e le faceva un sorriso, una battuta, una carezza con lo sguardo timido.
E infine, c’era la comitiva. Un gruppo di ragazzi e ragazze, forse una decina in tutto, o qualcuno di più. Venivano, chi con quale chilo di più, chi con la tinta nuova, chi con un look rivoluzionario. Venivano a parlare di matrimonio, di fidanzati bastardi, a prendere una po’ di aria dopo una non proprio rilassante giornata con il poppante lagnoso. Sorriso li osservava sottecchi, e notava ogni nuovo particolare, la nuova montatura degli occhiali di Feliz, il fatto che Anaclara avesse chiesto un latte caldo al posto della solita spremuta… Notò che il figlio della ragazza rasta aveva cominciato a muovere i primi passi…ogni tanto il rumore delle palline del flipper la distraeva dal senso di solitudine innato che l'accompagnava sempre perché, diceva sua madre, ci era nata. "Forse perché ti manca tua sorella gemella, quella morta prima di nascere" continuava la donna, mormorando: "povera piccina mia, Dio l'abbia in gloria."
“Non mi spaccate il flipper ragazzi, abbiamo solo quello!” Urlava Sorriso, cercando di sovrastare le grida concitate dei ragazzi, tutti prossimi ai trenta, tutti amici. Da una vita. Solo lei, pur essendo vissuta nello stesso paese, non era riuscita a crearsi una cerchia di amici. Che poi, cerchia! Non aveva neppure un paio di amiche con cui andare a mangiare un cornetto la mattina!
“Sorriso, non ti arrabbiare” la testa nera riccioluta di Felipe spuntava sorridente da dietro il muro che separava la macchinetta infenale dal resto della gente. “Sto vincendo, sai?”
Erano le sei. Uno scoppio di ristate. Qualcuno aveva fatto una battuta. La ragazza rasta per poco non rovesciava il bicchiere di plastica per terra. Entrarono altre tre persone, un paio di uomini ben vestiti con una bambina bionda, silenziosa e imbronciata. Ad un certo punto non ce la fece più. Si sentì soffocare. Le sei e un quarto. Ancora quindici minuti e sarebbe uscita. Si sarebbe liberata di quelle risa. Invidiosa! “No,”rispose a se stessa come se parlasse con un’altra se stessa. “Mi sento solo sola. Invidiosa…no. Vecchia. Questo sì.”
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