venerdì, 10 aprile 2009

L'Aquila fu poi interessata, pur se in modo secondario, dal terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915. Ed il 24 giugno del 1958 un nuovo sisma interessa direttamente la città.

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32 un terremoto, stimato in un magnitudo di 5.8 della Scala Richter e tra 8 e 9 di distruzione della Scala Mercalli, con epicentro situato tra i paesi di Genzano, Colle di Roio e Collefracido[4], scuote il centro italia, dopo diversi mesi di leggere scosse localizzate e percepite solo nei paesi limitrofi al capoluogo. Alcuni edifici crollano nel capoluogo e nei paesi limitrofi, quali Onna(completamente rasa al suolo), Castelnuovo, Tempera, San Gregorio e Paganica. Nel capoluogo abruzzese, tra gli altri, risultano crollati: una parte della 'Casa dello Studente', l'ateneo del capoluogo abruzzese, l'edificio della Prefettura, l'hotel "Duca degli Abruzzi", la cupola della chiesa delle Anime Sante e lo stesso simbolo della città, posto su Porta Napoli. Nell'area colpita dal sisma si contano oltre duecentottanta vittime e duemila feriti.Il terremoto inoltre rende inagibile il 90% dell'ospedale civile, aggravando ulteriormente la situazione. Un'altra forte scossa, di 5.5 gradi Richter, ha colpito la città alle ore 19.48 del 7 aprile 2009. Nei giorni successivi, numerose altre scosse di altalenante magnitudo hanno interessato le zone intorno alla città.

(fonte: Wikipedia)


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FIORE_bigSEMBRA UNA CITTA' BOMBARDATA E INVECE E' LA TRAGEDIA CHE SEGUE UN TERREMOTO.
SONO MORTE TANTE PERSONE, AD OGGI SE NE CONTANO 289 FRA CUI  UN VIGILE, UN SOCCORRITORE VOLONTARIO STRONCATO DA UN INFARTO, UN GIOCATORE RUGBY E POI DUE RAGAZZINE ABBRACCIATE FRA LORO, UNA FAMIGLIA INTERA: PAPA', BAMBINA DI DUE ANNI, E MADRE INCINTA DI NOVE MESI... IL DRAMMA E' DI CHI E' ANCORA VIVO. SCORRONO LACRIME, DOLORE. UNA SIGNORA HA DETTO: PENSAVAMO DI AVERE POCO E INVECE, ADESSO CI ACCORGIAMO CHE ERA TUTTO CIO' CHE AVEVAMO. GIA'. E' TUTTO COSì LABILE, TUTTA QUESTA CORSA CONTRO IL TEMPO, IL TEMPO CHE PERDIAMO A CERCARE IL MODO DI AVERE PIù SOLDI, IL TEMPO CHE SOTTRIAMO AI NOSTRI CARI E AL NOSTRO REALE BENESSERE...BASTA UNA SCOSSA, E L'UOMO SI RIVELA PER CIò CHE E': SOLO UN UOMO APPUNTO. CHE NON PUò NIENTE CONTRO LA NATURA.
OGGI, ALLE UNDICI, SI E' FERMATA L'ITALIA, CON QUALCHE MINUTO DI SILENZIO IN SEGNO DI LUTTO NAZIONALE, PERCHE' CI SONO STATI I FUNERALI. QUATTRO LUNGHE FILE DI BARE.
SI LEVANO AL CIELO PENSIERI E PREGHIERE.
RIPOSINO IN PACE.
jayperry alle 13:06 in: riflessioni, vita, dolore
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lunedì, 09 febbraio 2009
Eluana Englaro é nata a Lecco il 25 novembre 1970, ed è morta oggi, 9 febbraio 2009, a Udine, alle 20.10 dopo 17 anni di coma vegetativo. C'è stata un'attenzione morbosa al suo caso:è morta?è stata uccisa? Eutanasia? lo voleva? Era cosciente? incosciente?
Che importanza ha, ora?
Per una sera sarebbe bello se scendesse il silenzio.

jayperry alle 19:56 in: vita, dolore, malattia
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mercoledì, 02 luglio 2008
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Possiamo togliere quella striscia rossa.


Íngrid Betancourt Pulecio, prigioniera delle Farc dal 23 febbraio 2002 al 2 luglio 2008, è libera!

jayperry alle 21:24 in: donne, dolore, per sorridere
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giovedì, 05 giugno 2008

Patrick Daniel Tillman (San José, 6 novembre 1976 – Sperah, 22 aprile 2004) è una delle numerose vittime della guerra in Iraq, l'interminabile guerra più insensata del nuovo millennio. Questo ragazzo molla il football, di cui è una stella, e si arruola con suo fratello nell'esercito, in Afghanistan, convinto di dover difendere la sua nazione dai terroristi che pare si annidino proprio in quella nazione. Parte, è convinto. Poi comincerà la guerra in Iraq, ma lui, pur partendo perché sa di aver preso un grosso impegno non è d'accordo e anzi, durante le elezioni del 2004 chiede ai commilitoni di votare per John Kerry.
Pat Tillman verrà ucciso il 22 maggio da un fuoco amico. Per mesi però, tutti, da Donald Rumsfeld a George Bush, parleranno di lui come di un eroe che ha abbandonato la popolarità e la fama, per essere sacrificato dai nemici. I nemici...che in realtà inossavano la sua stessa divisa e se non fosse stato per la tenacia di suo fratello, e di sua madre, nessuno avrebbe mai saputo la verità. Nessuno avrebbe mai saputo che grossa bugia è la guerra in Iraq e la guerra in genere. Al suo funerale, con le sue belle foto fra le bandiere e i fiori sono state dette delle balle. Dietro le bugie i suoi abiti bruciati, le prove occulate, il dolore di un fratello che per tre quarti d'ora attende di capire che diamine sia successo, di una madre che si chiede come mai ad un ragazzo ammazzato con tre colpi alla testa viene fatta la defibrillazione.
Non stimo le persone che vanno in guerra volontariamente, soprattuo in queste guerre che mietono vittime fra i civili. Ma questo ragazzo è un'eroe per la nobiltà dei suoi sentimenti. Sappiamo com'è difficile mollare la fama, soprattuto se lo si fa per abbracciare la morte. Questo ragazzo non meritava di essere pugnalato. Ha detto sua madre: "Pat non era perfetto, ma sicuramente onesto e non avrebbe voluto che gli venisse data una medaglia d'argento, come qeulla che si da ad un soldato se viene ucciso da fuoco nemico".
Pat: ha rifiutato la sua popolarità, non ha voluto accedere a gradi superiori, ha voluto cominicare da zero, come gli altri. Eppure è la sua stessa popolarità a consentire a sua madre di non far spegnere i riflettori su una storia tanto vergognosa.
Pat Tillman rappresenta il sudiciume di una storia che alla fine, è sempre la stessa ma che ogni tanto, premia anche gli umili.

Addio Tillman!

jayperry alle 10:36 in: riflessioni, storie, uomini, dolore, guerra, vergogna
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mercoledì, 23 aprile 2008

dilaga la violenza sessuale.
la proposta: braccialetto elettronico alle donne.
E che siamo?Cani?Mucche?delinquenti?
Io avrei una proposta più efficace: rinchiudiamo le donne in carcere, visto che sono ree di essere vittime, e lasciamo fuori tutti gli altri, non sia mai che si eliminano fra di loro una volta per tutte...

Però, in carcere noi ci andiamo, ma con un bel bracciale d'oro.

jayperry alle 10:08 in: riflessioni, donne, vita, dolore, violenza
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sabato, 19 aprile 2008

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E' nato un nuovo blog. Si chiama CIVICO 42 e ne sono la cofondatrice. E' un condominio di sole piscelle che nemmeno si conoscono...Civico 42...come un indirizzo, con il numero che, secondo "la guida Galattica per Autostopposti, 42 è la risposta alla domanda che dà un senso all'umanità"(Stefi)
Nasce dall'idea di alcune ragazze del gruppo "
Scritture di donne", che hanno raccolto la provocazione di un tizio - che non merita di essere nominato - secondo cui le donne sono incapaci di scrivere, o almeno di scrivere cose interessanti che non riguardino strettamente i loro ormoni e le loro unghie. E' un blog senza pretese, si tratta solo di mettere insieme quante più menti possibili, di tirare fuori le nostre esperienze e le nostre inventive, un esperimento più che letterario e perché no? anche femminile. Dopotutto perché temere o negare ciò che siamo?Essere femmina non significa essere stupida o scontata. Lo è pensarlo.

Quindi, fate un salto se vi va, e lasciate un segno del vostro passaggio. Ognuna di noi ha un campanellino...suonate e leggete!Adieu!

il campanello realizzato da Baxart per me :D

jayperry alle 13:21 in: musica, libri, vita, letteratura, blog, dolore
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giovedì, 03 aprile 2008

Era dispersiva e romanticamente distratta.

Senza memoria. Lunatica.

Il tipo di donna di cui non avrei mai voluto e dovuto innamorarmi. E invece…

Stavo tornando dal lavoro. Una giornataccia nel mio asfissiante ufficio nella periferia.

Il mio capo è un autentico mastino. Ha gli occhi piccoli, un parrucchino assurdo, castano chiaro, diviso in due ciuffi per coprire la sua fronte ampiamente stempiata.

Mastica sempre un sigaro, ormai un tratto distintivo del suo volto assieme al suo naso un po’ sceso e grasso, e le sue labbra sottili e grasse. Per non parlare del suo quadruplo mento. Sbraita sempre, senza che il sigaro si muova.

A volte lo guardo estasiato. Quel sigaro ha qualcosa di magico.

Insomma, dicevo! Quel sabato era stato massacrante. Di solito non si lavorava in ufficio di sabato, ma il capo aveva avuto bisogno di una “sistematina” al suo computer.

Non facevo il grafico, io. NO. Ero l’addetto-tuttofare di Al Watson, un italiano emigrato in America che aveva fatto fortuna a Washington e aveva ben pensato di tornare qui a Putignano, fingendosi italoamericano per aprire la sua piccola azienda di consulenze online, grafica, assistenza tecnica… Si presentava sempre con cravatte sgargianti. E in realtà, ma questo è un segreto che conosco solo io – pena la morte, o peggio, il licenziamento- si chiamava Aloisio Palmitessa.

Ma sono finito di nuovo a parlare di lui. Perdonatemi. Ormai è tutta la mia famiglia.

Dunque, quel sabato avevo fatto uno straordinario lungo dieci ore e, alle sette di sera ero distrutto.

“Dottor Watson, io vado.”

“Cosa?E perché?Hai finito??”

Ho spento tutto, ho chiuso il mio ufficio e sono letteralmente fuggito via da quel cane rabbioso. Al Watson!Tsè, tsè!!

Mi trascinavo lungo la via illuminata del viale che portava al centro storico. Il mare…che cosa meravigliosa! Anche ora, con il cervello che voleva uscire dalla fronte, io lo guardavo, estasiato. Si infrangeva contro gli scogli, tranquillo e quasi piatto, cupo, e si vedeva qualche luce in lontananza, forse un’imbarcazione di medie dimensioni, andato al largo a pescare.

“Magari tra un’ora sarà al mare, puzzerà di salsedine, e ci sarà sua moglie ad attenderlo sull’uscio di casa, con dei bei bambini che gridano: papà, papà!Sei tornato!” mormorai fra me e me.

Mi sono appoggiato sulla ringhiera incurante della gente che doveva quasi scendere dal marciapiede stretto.

“Malinconia?”

Una voce delicata mi stava riecheggiando nell’orecchio. Non vi badai.

“Non è meraviglioso il mare?”

Mi voltai. Un Angelo.

Era un angelo quella che mi rivolgeva la parola.

“Cos’è?ha perso la parola o è muto dalla nascita”rise lei.

Dandomi il colpo di grazia.

Cominciammo a chiacchierare e a poco a poco, la mia stanchezza svanì. Non mi accorsi neppure che il tempo volava mentre ci avviavamo giù verso le scalinate che conducono alla scogliera. Ad un tratto ebbi fame.

“Posso offrirti la cena Tania?”

“Non vorrei abusare del tuo tempo, Marcello. ”

“NO, ti prego, insisto”.

La cena più squisita della mia vita.

E così è nata la nostra storia.

Lei era sbadata, lunatica, assurda nei suoi comportamenti. La sera non andava a letto se non si cospargeva il viso di una pomata verde alle alghe e la mattina, ovviamente, perdeva un’altra ora per togliersele. E poi aveva quella sua mania di arricciarsi l’unica ciocca bianca che le scendeva a mò di frangetta sul viso. E quella sua erre moscia, quei suoi occhioni dolci…

Per me, Marcello Grasso, che pesavo 100 kg ed ero altro 1,90, capite bene che, è stato meraviglioso. Mi sono perduto nei suoi capricci adolescenziali e ogni suo ritardo mi faceva sperare in un qualcosa di migliore. Avevo cominciato ad andare addirittura in palestra. Ero un altro uomo.

E poi. La mazzata.

Lei doveva partire.

“Ma come?Perché?Per dove?Con chi?”

“Marcello, quando fai tutte queste domande mi scocci al quanto!”

“Io..ma…io…e…ma…”Lei sbuffò sollevando un sopracciglio. E anche allora era meravigliosa e mi sarei stesa a terra per farmi calpestare.

“Marcello, io non ti amo più”.

Crack. No, non si era rotto un vetro. Mille pezzi del mio cuore, tutti nel mio pancreas.

Un dolore che non vi dico. Del resto, che mi aspettavo?

Lei se n’è andata. Dopo un mese di amore. Un mese di gioia insperata.

Lei se n’è andata. E da allora…mi sono reso conto che le donne, alla fine, sono tutte stronze.

jayperry alle 15:41 in: amore, vita, dolore
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mercoledì, 06 febbraio 2008

1.

Un uomo. Seduto su una vecchia poltrona vecchia affianco al muro del grande balcone, l’ultimo della palazzina, al sesto piano. Sole calante, nuvole rossastre. Un uomo. Seduto sulla poltona, con gli occhi socchiusi, calvo, una mano sulla patta dei pantaloni abbassati da cui esce qualcosa; l’altra mano ne guida una più piccola, di una bambina con lo sguardo inespressivo, verso quel qualcosa.

2.

Bianco e nero. La stessa bambina ora ha occhi più grandi e preoccupati, iniettati di dolore e umiliazione mentre un altro uomo, più robusto di lei, chinato sulla sua schiena si diverte, eccitato da quella posizione, dalle mani femminili che stringono il sedile dell’auto, dalle macchine che sfrecciano. Via.

3.

Un muro lungo e bianco. Un ombra. Due occhi di terrore. Due corpi. Lei è piccola,prova a scappare, lui la bracca. La bocca piena spalancata in un urlo soffocato, le braccia che coprono un petto troppo possente per quella mente ingenua.

4

E poi un ghigno. E il buio.

 

Diapositive nascoste in una pagina nera dell’album di fotografie. Scatti di foto senza flash che fermano la storia di una, migliaia di persone. Che le segnano. Immagini che non bruciano con il fuoco, non si rovinano con il tempo ma anzi, riacquistano lucentezza, mentre un petto si fa più formoso, i capelli ingrigiscono, i ventri si afflosciano, nuove creature urlanti vedono il sole per la prima volta.

Foto. Scatti. Momenti che non ritornano. Errori che non si cancellano. Vite che si fermano.

 

E poi, un foglio, stropicciato, una calligrafia incerta l'inchiostro bagnato da lacrime, in fondo all'album:

Per tutte le donne che hanno sofferto, con un corpo che è stato di altri uomini perché non avete avuto il coraggio o l’appiglio di dire di no, a coloro che davano il corpo in cambio di amore…non siete sole. Non siete sole.

jayperry alle 19:54 in: vita, dolore
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martedì, 20 novembre 2007
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jayperry alle 08:55 in: donne, dolore, violenza
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domenica, 02 settembre 2007

Quando arriva, la solitudine ti coglie lì,soffocante, sull’ultimo gradino della scala che porta in camera da letto, proprio mentre senti dalla finestra lo schiamazzo dei ragazzini che stanno tornando dalla piazza.

Avverti come una fitta al cuore e riesci a non far scendere l’unica lacrima, traditrice, che spunta sugli occhi.

Allora riscendi le scale, all’improvviso non hai voglia di riprender sonno. Vai in cucina, ti affacci alla finestra che da sul bar che alle quattro del mattino già sforna cornetti bollenti.

Spii il primo movimento della giornata: un furgoncino bianco, una decina di donne molto curate, con indosso giacche leggere quanto basta per coprirle dalla brezza prima dell’alba ne scendono fuori con passo incerto. Alcune di loro si scambiano qualche parola.

Rumore di tazze, una zanzara viaggia attorno alle tue orecchie, ronzandoti attorno come una bimba piagnucolosa in cerca d’affetto. Ti stringi nelle spalle.

“Per fortuna non ho acceso la luce”. Sarebbe imbarazzante farti scoprire mentre non ti fai gli affari tuoi. Provi a immaginare cosa dia forza a quelle donne. Provi a carpirne il segreto in quegli orecchini, in quei capelli tinti, in quel passo ora più veloce. La macchinona riparte: destinazione campagna.

La strada è deserta finché non arriva un uomo, la pancia nera a righe bianche e un paio di pantaloni chiari. Dei sandali, come quelli che vanno di moda. “Non mi interessa”.

Senza pensarci corri su, ti vesti di tutto punto afferri la tua borsa e decidi di andare a fare colazione, giù al bar. 

Il barista ti accoglie con un sorriso smagliante, come se non si fosse svegliato nel cuore della notte. Ti riscalda l’anima. Lo senti amico.

“Olivia! Sei caduta dal letto?”

Sorrido. “E tu?”

“Ah, beh” mi dice con la solita ironia “io dormo direttamente sul retro.”

“Mi faresti un bel tè al limone, per cortesia?”

Ti avvicini alla cornetteria e prendo una ciambella. Deliziosa.

Il tè ti fuma addosso aromi di qualche sperduta piantagione.

Una folata di vento.

“Come va quella traduzione in inglese?”

“Oh,ma ti ricordi ancora…Va bene, grazie.”

Finisci la tua consumazione con lentezza. Nel frattempo arriva qualche signore del paese. Ti salutano cortesemente e tu, con i tuoi occhioni da cerbiatta ricambi, facendo dimenticare a tutti la tua dentatura imperfetta.

Ti appoggi allo stipite della porta. Se non fossero attaccati al tuo cranio il vento spazzerebbe via i tuoi pochi capelli lisci, fini, biondi. Cortissimi.

Ti passi una mano fra i capelli.

“Stanno ricrescendo”. L’umiliazione più grande, dopo il tumore, è stata quella di perdere i capelli, di diventare calva. Brutta. Una donna magrissima senza capelli. Che schifo.

“Ma stanno ricrescendo. Quando potrò mi tingerò di rosso”.

Torni indietro a pagare, ma Battista, il barista dalla battuta pronta e la risata  allegra, fa un cenno con la mano, come a dire: “non ti preoccupare”. Sussurra: “E’ offerto”.

Allora fai il giro del bancone e ti accosti a lui, e gli dici: “Grazie Battista. Ma tu…come mi…”

“Olivia, sei bellissima. Ormai assomigli alla fidanzata di Braccio di ferro. Sei pure vestita come lei!”

“Ma che dici?!” Ribatti fingendoti piccata.

Lui si fa serio. “E’ tardi, va su a dormire, bambina”.

Uno sguardo all’orologio. Sono le cinque.

Quando esci dal bar qualcosa attira la tua attenzione. Sollevi lo sguardo verso la tua finestra. “Strano, non ricordavo di aver lasciato la luce accesa”.

Sali guardinga, con una certa apprensione. Ma a metà…

“Olivia!”

“Pedro!”

“Ma..Ma..”

Avevo detto che non ce la faceva con quello strazio, che soffrivo a vederti così, a non poterti aiutare, e avevo sollevato la miaa piccola borsa, la mia chitarra, ed aveva imbracciato il motorino, rombando come un tuono di metallo.

“Amore mio, perdonami”.

Non hai detto niente.

Non sei una che porta rancore. E poi, diciamolo, quella mattina eri proprio stanca. Chissà quanto avevi pianto…i tuoi occhi erano rossi e gonfi.

Ti ho scrutato controluce ed ho passato le mani sui tuoi capelli radi.

18 ore. Ti avevo lasciata troppo a lungo.

Ero un codardo, ma per amore a volte si può anche fingere di non esserlo.

E così, ti sei addormentata sulle tue gambe. Prima ancora che me ne potessi accorgere. Ma so che mi hai sorriso. Ho sentito il tuo respiro cambiare, ho sentito le tue carezze delicate su di me.

E mi sento bambino ancora una volta. Buonanotte amor mio. Riesco solo a bofonchiare: “Però prometto che, domani, ti porterò al mare. Anzi, lo giuro”. Ora piangi di nuovo. Ma di commozione e serenità.

jayperry alle 23:31 in: amore, vita, dolore, malattia, charlotteville
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