giovedì, 06 agosto 2009
Ho ritrovato vecchi compagni di scuola, vecchie insegnanti e vicine, zie e cugini, persino un fratellastro che ignorava la mia presenza.
E poi mi ha trovata il mio papà biologico.  Forse papà è troppo affettuoso, ma "padre" è sacro, troppo profondo, denso di significati. Questa paternità in fondo non voluta, capitata, come capita di attraversare una strada sconosciuta e rischiare di essere falciati da una Rolls Royce a massima velocità.
Ritrovare un vecchio conoscente, è stato più o meno così: divertente, ha stuzzicato la mia innata curiosità.
Non so dove sia, non ha risposto a questa mia muta domanda nel messaggio che mi ha inviato.
Quasi non si ricorda di avere un secondo figlio. Non cerco un padre, uno mi basta e avanza e poi, tra parentesi, ho perso pure quello. Sono nato per essere orfanao di padre, e mi sta pure bene. Però la mia sorellina continua a farsi domande. Un giorno la pianterà anche lei e se ne farà una ragione nel suo, nel nostro precario equilibrio di persone che fingo di saper affrontare un rifiuto così netto primordiale. Una donna forte come nostra madre, come diavolo si è messa con uno che, con due botte a distanza di anni l'ha messa subito incinta e poi l'ha abbandonata? Cos'era, un progetto autolesionista?
Non dirò a Rory di questo inaspettato incontro.
Non serve.
E quando sarà finita anche questa novità-perché finirà- mi dimenticherò di nuovo di un tizio che ogni tanto si ricorda di aver contribuito ad umentare il peso sulla terra.
jayperry alle 06:21 in: riflessioni, ricordi, vita, charlotteville
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martedì, 26 maggio 2009
Hai passato gli ultimi anni dopo l'adolescenza a ricordare un passato sfumato, cercando di tenerlo in vita. Ti ci sei aggrappato, hai immaginato come sarebbe stato rivedervi, salutarvi, raccontarvi...E poi lo vedi. E ti accorgi che i vostri occhi si riflettono, ma nei suoi c'è il vuoto. E presto, quel vuoto entra nel tuo sguardo. Hai sognato e sperato da sola. Il passato è morto. Molto tempo fa.
jayperry alle 09:43 in: passato, charlotteville
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mercoledì, 30 luglio 2008

Cosa spinge un uomo ad andare da una prostituta?

La prima esperienza? Rodaggio? Noia, perversione? Avere molto denaro da spendere?Una sana dose di maschilismo? Il brivido del segreto e proibito? In fondo, papà non diceva che i soldi comprano tutto, ma proprio tutto?  E queste donne qua, in fila, talmente abituate ad avere caldo da andare in giro in mini gonna persino con questo cielo che non promette niente di buono, non sono forse merce?

Mettiamola così: io sono un abile compratore e loro carne da macello in vetrina. E la coscienza è a posto.

Luca pensava a tutto questo mentre si passava le mani fra i capelli lisci, come era solito fare, a bordo della sua Mercedes. Stava costeggiando lentamente un viale pregando di non essere arrestato e di non essere riconosciuto da qualcuno. Del resto, si disse, se qualcuno lo avesse riconosciuto avrebbe sempre potuto chiedere, di rimando, cosa ci facesse anche quella persona da quelle parti.

Le donne non lo guardavano neppure, strette in golfini e bluse scure, con tacchi a spillo e capelli insolitamente lisci, considerato che nove su dieci erano africane.

Il suo sguardo di falco venne catturato da una donna minuta, dalla carnagione chiara, i capelli a caschetto, ma a grandi boccoli neri. Aveva labbra enormi,  tinte di un rosso che evocava i fiori della serra di sua madre. Ebbe un fremito fra le gambe.

Accostò la macchina.

“Ciao”, disse allungandosi sul sedile, dopo aver abbassato il finestrino, e sporgendo appena il viso tondo e pallido.

“Ciao tesoro” disse la donna con un accento straniero e la voce piuttosto bassa, che aveva già adocchiato la catenina d’oro sul collo grasso del giovane. Stimò che non avesse più di trent’anni.

“Ti va di salire?”

“Quanto?”

“Quanti soldi?”

“Sì?”

“Centomila va bene?”

“Centocinquanta.” Con una macchina del genere, si disse la puttana, quella cifra serviva appena ad aggiustargli un faro.

D’altra parte, quelle labbra piene lo intrigavano troppo perché potesse rifiutare una cifra così esosa.

“Va bene, salta su”.

La donna esitò. “Niente culo”.

“NO” strillò quasi il bianco, “certo che no”. Va bene la trasgressione ma il sesso anale gli faceva decisamente schifo.

Lei sorrise e montò in macchina.

“Come ti chiami?”

“Hike”

“Io Luca, piacere”.

Silenzio.

“Io ho trent’anni”.

Dannazione. Di cosa si parla con una puttana?

“Io venticinque”.

Semaforo rosso. Luca si voltò verso la sua compagna di una sera e la scrutò nella penombra della macchina. Erano quasi le nove di sera. Lei era davvero minuta. Non portava nemmeno una seconda di reggiseno e i suoi occhi erano piccoli, anche se valorizzati con un po’ di trucco. Ogni tanto si umettava le labbra con la lingua rosa. Poté distinguerne il colore perché stavano sotto un lampione.

Era imbacuccata in un golfino rosa sbracciato e un paio di pantacollant neri. Le gambe allungate facevano intravedere nel buio il luccichio di un paio di stivali lucidi.

Verde.

“Allora…Hi…Hike, da qunato sei qua?”

“Senti”sospirò a quel punto “quando scopiamo?”

“Io…scusa, volevo solo fare conversazione, metterti a tuo agio…”

“Più tempo sto con te e più tempo spreco. Quindi meno scopo. Quindi…meno guadagno. Pensi che facciamo presto?”

Svoltò ad un angolo. Dove si va con una prostituta?

Senza rendersene conto erano arrivati davanti ad un motel color crema con un’insegna rossa, che lampeggiava senza fantasia, pigramente, la scritta “Motel Lussuria”.

“Ecco. Adesso…scopiamo”.

“Okay”

 

La prima volta non si dimentica, si dice, e la prima volta con una prostituta?

 

“Ascolta, Hike, quanto guadagni ogni sera?”

“uffaaa…”

“No, dimmelo ti prego.”

“Un milione se tutto va bene e se riesco a fare in fretta.”

“Ti do un milione e cento se passi la sera con me”

 

Quella donna era un diavolo.

Riusciva a farlo eccitare con un’energia che non avrebbe mai creduto una donna potesse possedere.

La sua pelle, piena di taglietti, era sudata, i suoi capezzoli duri eppure sembrava aver appena cominciato. Era infaticabile. Non lo baciò mai di sua volontà e quando lui fece per avvicinarsi alle sue labbra, lei le tenne serrate. I clienti non si baciano mai in bocca. Un bianco poi, ancora di meno. Troppo caffè e non si lavano i denti dicevano le sue colleghe.

Si era limitata a sedersi su di lui e a cavalcarlo con furia. Luca credette che ne sarebbe uscito senza pene. E godette tante di quelle volte da temere di svenire. Allora era vero. Le donne nere ci sapevano fare meglio delle bionde alte con gli occhi azzurri. E poi era così calda, urlava con lui, si strizzava le tette e tutto senza mai smettere di dimenarsi.

 

“Dove abiti?”

“Lasciami pure dove mi hai lasciato”

“Ma…”

“I miei soldi.”

“Eccoli.”

Un milione.

“Grazie”.

Stesso marciapiede. Ancora donne in minigonna e tacchi a spillo. Hike scese, sculettando con grazia. Gli sorrise esibendo una fila di denti dritti e bianchissimi. Ciao, disse solo, prima di voltargli le spalle e risalire sul marciapiede.

Era mezzanotte.

Credeva che la notte per lei terminava a quell’ora più o meno. Solo allora si rese conto di ciò che aveva fatto e con chi lo aveva fatto.

Solo allora si rese conto di essere terribilmente fottuto.

 

 

jayperry alle 16:18 in: racconti a puntate, charlotteville
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lunedì, 24 marzo 2008

Lavorava in quel bar da qualche mese. Era un posto molto frequentato, con l’atmosfera accogliente, minimal ma ricercata. Lavorava dietro il bancone, osservatorio ideale per scrutare volti vecchi e nuovi, per scoprire piccoli vizi che incrociando per caso le persone per strada, non si notano. C’era Anselmo, il vicino di sua madre, sempre vestito elegante, con il suo completo color cammello, un omino piccolo, tondo, con le labbra quasi invisibile e tre capelli pettinati verso sinistra. Veniva ogni pomeriggio, si sedeva in un angolo, in silenzio, ogni tanto passava qualcuno e faceva un cenno con la mano grassoccia, e si concedeva l’ennesimo sorso di birra dalla bottiglia. Poi c’era quella donna, quella bionda con i capelli sempre arruffati, la vita sottilissima, che veniva alle quattro in punto, ogni giorno. Sollevava leggermente il naso per aria e chiedeva il suo cocktail di campari e aperol con due dita di gin. Diceva prorpio così: “due dita di gin”.

Sorriso li osservava ogni giorno andare e venire, i clienti. C’erano i muratori ad esempio, rumorosi, con le scarpe sporche di intonaco, l’aria stanca e la pancia innaturalmente gonfia di panini al tonno  e prosciutto crudo con capperi: grazie a loro aveva preso l’abitudine di pulire il pavimento dopo l’una per essere sicura di non dover sprecare inutili energie. Guardava il via vai di gente che si susseguiva, chi per un semplice caffè, chi con la mania di offrire qualunque cosa a chiunque conoscesse anche solo di vista, chi veniva ad affogare i pensieri di una giornata dura in campagna in un bicchierino di amaro, chi veniva per lei e le faceva un sorriso, una battuta, una carezza con lo sguardo timido.

E infine, c’era la comitiva. Un gruppo di ragazzi e ragazze, forse una decina in tutto, o qualcuno di più. Venivano, chi con quale chilo di più, chi con la tinta nuova, chi con un look rivoluzionario. Venivano a parlare di matrimonio, di fidanzati bastardi, a prendere una po’ di aria dopo una non proprio rilassante giornata con il poppante lagnoso. Sorriso li osservava sottecchi, e notava ogni nuovo particolare, la nuova montatura degli occhiali di Feliz, il fatto che Anaclara avesse chiesto un latte caldo al posto della solita spremuta… Notò che il figlio della ragazza rasta aveva cominciato a muovere i primi passi…ogni tanto il rumore delle palline del flipper la distraeva dal senso di solitudine innato che l'accompagnava sempre perché, diceva sua madre, ci era nata. "Forse perché ti manca tua sorella gemella, quella morta prima di nascere" continuava la donna, mormorando: "povera piccina mia, Dio l'abbia in gloria."

“Non mi spaccate il flipper ragazzi, abbiamo solo quello!” Urlava Sorriso, cercando di sovrastare le grida concitate dei ragazzi, tutti prossimi ai trenta, tutti amici. Da una vita. Solo lei, pur essendo vissuta nello stesso paese, non era riuscita a crearsi una cerchia di amici. Che poi, cerchia! Non aveva neppure un paio di amiche con cui andare a mangiare un cornetto la mattina!

“Sorriso, non ti arrabbiare” la testa nera riccioluta di Felipe spuntava sorridente da dietro il muro che separava la macchinetta infenale dal resto della gente. “Sto vincendo, sai?”

Erano le sei. Uno scoppio di ristate. Qualcuno aveva fatto una battuta. La ragazza rasta per poco non rovesciava il bicchiere di plastica per terra. Entrarono altre tre persone, un paio di uomini ben vestiti con una bambina bionda, silenziosa e imbronciata. Ad un certo punto non ce la fece più. Si sentì soffocare. Le sei e un quarto. Ancora quindici minuti e sarebbe uscita. Si sarebbe liberata di quelle risa. Invidiosa! “No,”rispose a se stessa come se parlasse  con un’altra se stessa. “Mi sento solo sola. Invidiosa…no. Vecchia. Questo sì.”

jayperry alle 18:00 in: donne, vita, tristezza, racconti a puntate, charlotteville
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giovedì, 21 febbraio 2008

Quando andava a scuola la chiamavano”Sorriso”, perché aveva sempre l’aria sorridente e due denti sporgenti sempre in mostra sulle labbra rosse e carnose.

La prima volta che si era truccata aveva 12 anni, sua madre le aveva incipriato leggermente le gote e passato un velo del suo rossetto rosa-confetto consumato su quella bocca carnosa. E quel giorno si era sentita bella, per la prima volta in vita sua ma avrebbe dovuto aspettare almeno otto anni prima di poter uscire truccata senza che sua madre si lamentasse.

Quella roba profumata le nascondeva i difetti, la rendeva audace, una donna che non era.

 

Si sporse a guardare i bambini scorrazzare fuori dalla finestra dal Bar Taco, dov’era solita fare colazione con uova strapazzare, pane tostato e un tazzone di tè, e si rivide con i capelli neri ondulati unti di sudore e la sua gonnellina a fiori mentre, seduta nella polvere, tendeva la mano paffuta verso suo fratello Geronimo. <<Jero!>> gridava <<aiutami a sollevarmi, aiutami …>> piagnucolò.

 

Un trillo la fece tornare alla realtà. Guardò lo schermo del computer davanti a sé.

“Sorriso” c’era scritto sul laid a caratteri blu in stampatello “ci sei?”

“Sì, scusami….Dov’eravamo rimasti?” digitò lei.

“Mi stavi dicendo del tuo abbigliamento. Dove ti trovi tesoro?”

Sorriso si guardò attorno, osservando il via via di gente che ordinava cibo, sorseggiava caffè, madri che sgridavano i loro bambini, il cameriere che scorrazzavano asciugandosi le mani nei grembbiuli azzurri: “In camera mia, sul letto. Sono nuda.”

“Bene…”

jayperry alle 17:12 in: charlotteville
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domenica, 13 gennaio 2008

-Signora, deve scendere.

L'autista, un cinquantenne brizzolato e tarchiato la scosse delicatamente. -Signora, si svegli, siamo al capolinea.

-Già. Sì.- farfugliò la donna, guardandosi attorno, leggermente confusa. -Mi scusi.

Si levò pigramente, sollevando la sua valigetta gialla. Sorrise all'autusta: - Grazie.

-Ehm..mi perdoni,- chiese tornando indietro - dove ci troviamo?

L'autista trattenne a stento un risolino- Al Picco del Cucuzzolo.

-Ah. Oh! Buona girornata!- ma non era convinta che lo sarebbe stato. Non per lei almeno. In realtà era al quanto disorienttata. Picco del Cucuzzolo?Che diavolo...! Un nome decisamente poco attraente per un paese...ma a giudicare dal paesaggio si doveva trattare di una frazione, sì un paesotto il cui nome non era presente nemmeno sulla cartina. Ed era proprio ciò che ci voleva per lei.  

Chissà cosa cercasse e dove stesse andando. Si sarebbe detto che fosse la sua prima volta al Picco, a giudicare da come avanzava... gamberescamente, guardandosi attorno come se si fosse persa in un grande museo pieno di scheletri di dinosauro riflessi nel muro, di notte; Josè, l'autista, la osservava incuriosito; minuta, dai lunghissimi capelli neri e lisci come il petrolio tagliati da poco a giudicare dalla stessa perfetta lunghezza delle chiome, che sistemava nervosamente, i pantaloni di seta e la maglia smanicata, entrambe gialle. Trascinava con sè una valigia con le rotelle abbinata al suo abbigliamento solare. Chissà cosa c'era dentro? Per quanto apparisse sconvolta, sembrava una donna curata, a giudicare dai pantaloni con la piega che le fasciavano il rotondo fondoschiena.

Una donna suonò il campanello dell'autobus: -Vogliamo muoverci? Ho da fare in centro io!- Sbuffando, Josè mise in moto l'autobus cigolante, proprio mentre la signorina in giallo inciampava in un masso di modeste dimensioni. Un bambino, seguito da una mucca con un curioso cappellino di paglia ed un grosso fiore- forse di plastica- le si avvicinò.

-Signora, si è fatta male?

-Io...no, no, sono solo...sì, io- balbettò tirandosi su davanti allo sguardo perplesso del ragazzino e, ci avrebbe giurato, della mucca, - io sto bene, mi sono solo distratta. Grazie. Sei un caro ragazzo.

Il bambino la scrutò ancora: - Come si chiama? io non l'ho mai vista qua!

Lo strano animale a chiazze con il cappello muggì come per confermare il suo padroncino.

-Io...sono...che nome ti piacerebbe darmi?

Il giovanotto sorrise:- Adele.

-Bene, chiamami Adele allora. E tu come ti chiami?

-Riccardo. Sono l'unico italiano dell'isola. E lei è Momo!

-Momo...?

-Già!Non è bellissima con questo cappello? Ce lo ha regalato la abuela Mafalda, giù a Charlotteville.

-Decisamente grazioso-, convenne la donna...Adele!

-Adesso ti devo lasciare, Adele. Vado a trovare un'amica, è il suo compleanno.

-Bene caro, divertiti!!

"Adele....Suona bene!" Si guardò attorno e puntò un bar. Sospirò, e finalmente da quando era partita verso l'ignoto, si sentì tranquilla.

jayperry alle 08:40 in: charlotteville, picco del cucuzzolo
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domenica, 02 settembre 2007

Quando arriva, la solitudine ti coglie lì,soffocante, sull’ultimo gradino della scala che porta in camera da letto, proprio mentre senti dalla finestra lo schiamazzo dei ragazzini che stanno tornando dalla piazza.

Avverti come una fitta al cuore e riesci a non far scendere l’unica lacrima, traditrice, che spunta sugli occhi.

Allora riscendi le scale, all’improvviso non hai voglia di riprender sonno. Vai in cucina, ti affacci alla finestra che da sul bar che alle quattro del mattino già sforna cornetti bollenti.

Spii il primo movimento della giornata: un furgoncino bianco, una decina di donne molto curate, con indosso giacche leggere quanto basta per coprirle dalla brezza prima dell’alba ne scendono fuori con passo incerto. Alcune di loro si scambiano qualche parola.

Rumore di tazze, una zanzara viaggia attorno alle tue orecchie, ronzandoti attorno come una bimba piagnucolosa in cerca d’affetto. Ti stringi nelle spalle.

“Per fortuna non ho acceso la luce”. Sarebbe imbarazzante farti scoprire mentre non ti fai gli affari tuoi. Provi a immaginare cosa dia forza a quelle donne. Provi a carpirne il segreto in quegli orecchini, in quei capelli tinti, in quel passo ora più veloce. La macchinona riparte: destinazione campagna.

La strada è deserta finché non arriva un uomo, la pancia nera a righe bianche e un paio di pantaloni chiari. Dei sandali, come quelli che vanno di moda. “Non mi interessa”.

Senza pensarci corri su, ti vesti di tutto punto afferri la tua borsa e decidi di andare a fare colazione, giù al bar. 

Il barista ti accoglie con un sorriso smagliante, come se non si fosse svegliato nel cuore della notte. Ti riscalda l’anima. Lo senti amico.

“Olivia! Sei caduta dal letto?”

Sorrido. “E tu?”

“Ah, beh” mi dice con la solita ironia “io dormo direttamente sul retro.”

“Mi faresti un bel tè al limone, per cortesia?”

Ti avvicini alla cornetteria e prendo una ciambella. Deliziosa.

Il tè ti fuma addosso aromi di qualche sperduta piantagione.

Una folata di vento.

“Come va quella traduzione in inglese?”

“Oh,ma ti ricordi ancora…Va bene, grazie.”

Finisci la tua consumazione con lentezza. Nel frattempo arriva qualche signore del paese. Ti salutano cortesemente e tu, con i tuoi occhioni da cerbiatta ricambi, facendo dimenticare a tutti la tua dentatura imperfetta.

Ti appoggi allo stipite della porta. Se non fossero attaccati al tuo cranio il vento spazzerebbe via i tuoi pochi capelli lisci, fini, biondi. Cortissimi.

Ti passi una mano fra i capelli.

“Stanno ricrescendo”. L’umiliazione più grande, dopo il tumore, è stata quella di perdere i capelli, di diventare calva. Brutta. Una donna magrissima senza capelli. Che schifo.

“Ma stanno ricrescendo. Quando potrò mi tingerò di rosso”.

Torni indietro a pagare, ma Battista, il barista dalla battuta pronta e la risata  allegra, fa un cenno con la mano, come a dire: “non ti preoccupare”. Sussurra: “E’ offerto”.

Allora fai il giro del bancone e ti accosti a lui, e gli dici: “Grazie Battista. Ma tu…come mi…”

“Olivia, sei bellissima. Ormai assomigli alla fidanzata di Braccio di ferro. Sei pure vestita come lei!”

“Ma che dici?!” Ribatti fingendoti piccata.

Lui si fa serio. “E’ tardi, va su a dormire, bambina”.

Uno sguardo all’orologio. Sono le cinque.

Quando esci dal bar qualcosa attira la tua attenzione. Sollevi lo sguardo verso la tua finestra. “Strano, non ricordavo di aver lasciato la luce accesa”.

Sali guardinga, con una certa apprensione. Ma a metà…

“Olivia!”

“Pedro!”

“Ma..Ma..”

Avevo detto che non ce la faceva con quello strazio, che soffrivo a vederti così, a non poterti aiutare, e avevo sollevato la miaa piccola borsa, la mia chitarra, ed aveva imbracciato il motorino, rombando come un tuono di metallo.

“Amore mio, perdonami”.

Non hai detto niente.

Non sei una che porta rancore. E poi, diciamolo, quella mattina eri proprio stanca. Chissà quanto avevi pianto…i tuoi occhi erano rossi e gonfi.

Ti ho scrutato controluce ed ho passato le mani sui tuoi capelli radi.

18 ore. Ti avevo lasciata troppo a lungo.

Ero un codardo, ma per amore a volte si può anche fingere di non esserlo.

E così, ti sei addormentata sulle tue gambe. Prima ancora che me ne potessi accorgere. Ma so che mi hai sorriso. Ho sentito il tuo respiro cambiare, ho sentito le tue carezze delicate su di me.

E mi sento bambino ancora una volta. Buonanotte amor mio. Riesco solo a bofonchiare: “Però prometto che, domani, ti porterò al mare. Anzi, lo giuro”. Ora piangi di nuovo. Ma di commozione e serenità.

jayperry alle 23:31 in: amore, vita, dolore, malattia, charlotteville
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venerdì, 27 luglio 2007

Quella mattina Attila doveva scendere in paese a consegnare il formaggio che lui ed i “cucuzzolani” producevano.
Una volta caricata la merce sul furgoncino rosso, mise in moto e si avviò lentamente. Attila era così, aveva i suoi tempi. Non aveva percorso neppure quattrocento metri quando si accorse che suo nipote lo seguiva a piedi con la mucca. 
Scese in fretta, allarmato.
-Ragazzo, ma dove vai?
-Io e Momo andiamo a passeggiare.
-Ah sì? E fin dove vorreste arrivare?
-In paese, tu non ci porti mai.
Attila si grattò il capo. -Non pensavo ti interessasse venire a vendere formaggi.
-Infatti non andiamo a vendere formaggi, andiamo a passeggio e a far compere.
Discutere di prima mattina con un bambino di cinque anni non era indicato fra le cose che mantengono giovani un uomo di 58 anni così si limitò a scrollare le spalle. -Ragazzo mio, ma Momo non è un cavallo, si stancherà, non credi?
-Allora caricala sul tuo furgoncino.

Fu così che Momo, Riccardo ed Attila giunsero nel cuore di Charlotteville, un paesino di circa millecinquecento abitanti, attaccata all’estremità del Messico, un posto insolito a dire la verità. Pieno di anziani centenari, immerso nel verde, campava di pesca e turismo: d’estate veniva affollata da pellegrini in visita alla famosa cattedrale di San Juan del Carmelo, un eremita divenuto santo nel 1600.

In realtà Charlotteville attirava anche minatori, vedovi e uomini soli in cerca di una notte di divertimento in uno dei posti più tranquilli di tutta la penisola: il paese delle vergini. Si trattava di una frazione a circa un chilometro dal Picco del cucuzzolo e a due da Charlotteville, in cui sorgevano una decina di case chiuse “professionali”, dove tutte le donne che vi abitavano per l’appunto, erano prostitute. C’è da dire che queste ragazze o signore che dir si voglia, pagavano le tasse, partecipavano alle elezioni, e all’ufficio di collocamento risultavano come “donne di piacere”. Erano solo un po’… estrose.
Il sindaco, don Alvaro Gutierrez, era fiero di come sacro e profano si mescolassero bene nel suo comune, dopotutto, uno dei suo tredici figli era parroco e dopo la morte della moglie, si era trovata un’amichetta proprio a mille chilometri da casa, Penelope, una trentenne piena di grazie divine.

Giunti in paese, Attila parcheggiò in uno spazio e scaricò la merce che avrebbe portato alla “Bottega di Mafalda”. Fece scendere la vecchia giovenca mentre Riccardo scendeva velocemente dal suo posto.
Adocchiato un bel prato inglese, Momo si avviò decisa verso l’erba, ben intenzionata a fare un breve pic-nic fuori mano.
-Riccardo, bada a Momo e attento che non faccia danni.
Ma Riccardo stava già correndo verso la bottega di Mafalda, all’ingresso del quale c’erano diverse vetrine.
Attila gli si avvicinò. –Ragazzo ascolta, sono qua per lavoro, stai attento a Momo e non farmi perdere tempo.
Sbuffando, il ragazzino corse verso la vacca:-Momo che dici, cosa posso regalare a Cublà?Una bambola? Andiamo a vedere la vetrina, dai!Tra un po’ il nonno finisce e se ne torna a casa!
Momo continuò imperterrita il suo pasto cittadino.
Spazientito, il piccolo italiano comincio a spingere i fianchi della vacca ma ottenne solo un muggito infastidito.
-Forse Momo non ha voglia di far compere oggi.- A parlare era stata un pezzo di legno rugoso con dei fili bianchi in testa ed un abito dai motivi a fiori. O per lo meno, a prima vista, Riccardo ebbe questa sensazione.
-Ciao, io sono Mafalda, e tu scommetto che sei…-Il legno aveva una voce squillante e simpatica.
-Riccardo, il nipote di Attila, l’unico italiano dell’isola!
-Piacere Riccardo. La tua amica chi è?
-Lei è Momo!Siamo venuti qui per una passeggiata. Cioè...Oggi è il compleanno di una mia amica,e così ho chiesto a Momo di accompagnarmi per scegliere il regalo giusto però non si vuole muovere.- Una lacrima spuntò sui suoi grandi occhi azzurri. -Adesso il nonno vorrà tornare a casa…
- Capisco….Vieni con me.
-Ma il nonno…
-Suvvia, dove vuoi che vada Momo con tutta quell’erba da brucare?
Riccardo sembrò convinto da quest’ultima osservazione e seguì la donna, perché ormai era chiaro che fosse una donna, anche se doveva avere molti più anni del nonno.
Il nonno stava ancora sistemando i formaggi quando lo vide:  - Dov’è Momo?
-Io…
-Sta brucando l’erba, lasciala fare, io e Riccardo abbiamo da fare.
La donna, curva, con l’abito leggero in balia della brezza, lo condusse nel retro bottega, una grande stanza illuminata piena di oggetti di ogni tipo. –Scegli ciò che vuoi.
-Io ho solo poche monete- disse il bambino frugandosi nelle tasche- vedi?Che posso comprare con queste?
-Oh!- fece Mafalda fingendosi stupita- ma puoi comprare un sacco di cose!
-Davvero?
-Ma certo!Nonna Mafalda non mente mai!
Riccardo girò in tondo, poi si fermò, deluso.
-Cosa c’è che non va?
-Non so che cosa prendere…Io non so cosa…
Mafalda si diresse verso uno scaffale, dove c’erano molte bambole di pezza.
-Puoi scegliere tra queste.
Riccardo vide una bambola con i capelli neri e la faccia molto scura, con un abitino di lana grezza con delle farfalle ricamate sopra. –Questa mi piace, è scura come lei!
Mafalda rise: - E’ forse africana?
-Non lo so, il nonno dice che lei e la sua famiglia vengono da un posto lontano dove sono tutti neri neri e con i capelli ricci. La mia amica Cublà è così lo sai?
-Immagino che sia molto carina.
Riccardo annuì. –Gioca sempre con me Momo e Fido. Lo sai che ho anche un cane che si chiama Fido?
-Bene- disse allora la vecchia- possiamo incartare il tuo regalo.
-Ecco i miei soldi. Bastano?
-Sì, ed eco il tuo resto.- La donna restituì praticamente tutti gli spicci al bambino.

 
-Riccardoooo!!
- Sono qui!- uscì fuori di corsa e vide una piccola folla di curiosi attorno alla sua amica. Attila le era accanto e la accarezzava sorridente. Si fece spazio fra la folla, e la fece salire dietro il furgoncino.
-Nonno, cos’è successo, perché ci sono tutte queste persone?
-Perché non è proprio frequente vedere una mucca che mangia un prato inglese. Comunque non avresti dovuto lasciarla sola, si sarebbe potuta spaventare. E questa è l’ultima volta che…
-Il mio regalo!
Se ne era dimenticato nella fretta. Con il cuore in gola, sperando che fosse ancora lì, scattò come un fulmine fino al negozio dove trovò Mafalda seduta in un angolo su una sedia a dondolo.
-Sei stanca?-le chiese- Ho lasciato il mio regalo qua…
-Sì, caro mio, sono vecchia io, ho già 95 anni.
Riccardo sgranò gli occhi. -Il mio regalo?
-Eccolo. -Gli porse il pacchetto infiocchettato.
-Grazie.
-Prego. Ascolta, tieni anche questo.
-Cos’è?
-Un fiocchetto, devi fartelo allacciare al collo. Quando ti presenti dalla tua amica dovrai essere elegante. Pettinati bene e mettiti il fiocchetto, e farai una bella figura con la tua amichetta.
A Riccardo quel papillon rosso piacque così tanto che le chiese di indossarlo subito sulla sua bella camicetta bianca.
-Tieni anche questa. –Aggiunse la vecchia - E’ per Momo.

Riccardo si presentò talmente tanto serio al furgone che Attila non osò chiedergli cosa vi fosse nella borsa. Aveva compreso che Mafalda doveva avergli fatto un pensiero ma chissà perché l’espressione del bambino era tremendamente seria e assorta.
L’indomani alle dieci del mattino Riccardo si presentò con la frangia bruna pettinata da un lato, una nuova camicia blu infilata nei pantaloncini verdi e un grosso papillon rosso appuntato sulla gola, leggermente storto.
-Nonno?Vado a portare il mio regalo  a Cublà, l’ho comprata ieri con i soldi che mi dai quando porto le pecore a pascolare.
-E cos’è?
-Una bambola con la faccia nera.
Attila rimase senza parole.
Dall’alto del metro e ottantotto guardò sorpreso suo nipote marciare con Momo, sulla testa della quale, chissà come, aveva messo un grosso cappello di paglia! Scosse la testa.
Una decina di metri Riccardo si girò e urlò:-Nonno!sono elegante?
Che dire?
-Sì, ragazzo!Sei bellissimo!
Incredibile!si disse fa sé. Suo nipote stava diventando un uomo.

jayperry alle 11:26 in: racconti a puntate, charlotteville
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lunedì, 16 luglio 2007

Oscar osservava il suo psicanalista.
Quell’uomo era sorprendente. Elegante, capelli folti e scuri striati d’argento. Pareva che le sue pupille venissero dal mare  - ok era l'unico pensiero banale che gli fosse venuto in mente - ed aveva un fisico asciutto fasciato da un impeccabile completo di raso arancione.
“Bella cravatta”, gli sfuggì.
“Prego?”
Prego?Ma che significava?Lui avrebbe risposto: che??Il suo psicanalista era un tipo imperscrutabile e assolutamente rassicurante, serio, educato. Forbito.
Si agitò leggermente sulla sedia.
“No…dicevo…bella cravatta...di raso bianco”.
“Oscar...oggi la vedo leggermente distratto e, francamente, non comprendo cosa c’entri la cravatta. Ma prego, esterni pure i suoi pensieri”. Aggiunse rapidamente, notando l’espressione mortificata del suo paziente.
“Mi perdoni dottore, è che lei, insomma, lei è splendido.”
“Via, non esageri!Ehm…grazie, la ringrazio.”Tossicchiò imbarazzato.
Oscar si protese in avanti, sollevandosi dalla sedia pieghevole di pelle, -concepita per la necessità del paziente- quasi volesse afferrarlo, gesticolando al contempo. “Voglio dire, questa non è un’avance, sia chiaro, io non…”
“E’ chiaro”.
“Voglio dire, cioè, ecco, lei è splendido,”ripeté, odiandosi per aver detto la stessa cosa. “Guardi com’è vestito oggi, il suo abbigliamento è….il colore da lei scelto dà allegria, fa capire che lei è un tipo che ha sicurezza.”
“Oscar,” lo interruppe lo psicanalista “non dobbiamo psicanalizzarmi.”
“No, certo che no, è ovvio.” Il paziente si schiarì la voce e riaccomodò meglio al suo posto, ora diventato un lettino, stendendosi ed osservando il soffitto con gli uccelli in volo. “Però come posso riprendermi se…”
“Oscar, dobbiamo concentrarci su di lei. Dobbiamo lavorare assieme sul suo percorso. Ne abbiamo parlato. L’obiettivo è lei. La ricostruzione della tua anima, della sua persona. Ricorda la parola chiave? Ri-acquisire.”
“Balle!” Il giovane si alzò con uno scatto,  grattandosi il cranio con gesti scoordinati, stizzito. Cominciò ad aggirarsi nella stanza mentre l’impenetrabile dottor Lincoln Johnson, sollecitandolo affinché si calmasse, continuava a prendere appunti sul suo taccuino in avorio poggiato sulle sue gambe arancioni, elegantemente accavallate.
Passò qualche minuto. Sbuffando come un mantice, Oscar passò davanti alla grande finestra dal brillante vetro infrangibile, che occupava praticamente l’intera parete a nord, e dava su una meravigliosa vista di montagne verdi in una non meglio precisata località di Charlotteville; non degnò di uno sguardo i numerosi riconoscimenti di Lincoln, anch’essi sparluccicanti, appesi al muro, sopra una bellissimo acquario di pesci neri e rossi, dalle pinne eteree, leggerissime, al punto che, ad un primo sguardo, si sarebbe pensato che si fondessero con il finto mare della vasca piena di alghe e altre cianfrusaglie marine…
Si fermò davanti alla porta massiccia, sicuramente blindata, rossa, in perfetta tinta con la scrivania in legno di quercia laccata amabilmente di bordò e le tinte color Chardonnay delle pareti.
Guardò Lincoln invece, che aveva finito di scribacchiare nel suo linguaggio assurdo e disse: “La mia ragazza mi ha mollato per la sua massaggiatrice, il mio analista è più vecchio ma più figo di me, le clienti del mio locale mi credono gay, come può parlarmi di … di anime e ricostruzione? Io sono…sono devastato!”  

E allora successe.
Lincoln si erse in tutto il suo metro e ottantanove cm. come una furia e urlò: “Ma cosa diavolo vuoi da me? Il mondo?Vuoi che risolva io i tuoi problemi?Che faccia l’amore con te?Che ti trovi qualcuno?Possibile che non vi accontentate mai?Io cerco di darvi sicurezza, di trasmettervi energia, di essere sempre al posto giusto al momento giusto ma voi siete degli ingrati e dei piagnoni!!Cosa crede che non ho le mie rogne?Che io sia contento?- ormai l'aplomb era un lontano ricordo, e il fiato un optional- Mia moglie mi sta mollando, ma ha deciso di lasciarmi quella rompiscatole di nostra figlia, una sedicenne lentigginosa con le mani bucate che rumina dalla mattina alla sera solo gomme da masticare!!!E sa che le dico?Vada a farsi una passeggiata su un burrone...e stia attento a cadere!”
Avanzò pericolosamente verso Oscar che a sua volta cominciò a indietreggiare.
“Vuol sapere perché nessuno se lo fila?”
“Io…credo proprio di no. Senta doc, non crede che dovremmo rilassarci con un bel cognacchino…magari…”
“Dice che sono più… figo, questo termine orrendo, di lei, ebbene si tolga quella maglia afro, quella parruccona afro, quei suoi orecchini da delinquentucolo di Harlem, e impari a parlare come una persona educata!” Adesso il suo andamento pareva quello di un granchio, mooolto minaccioso. “Sono i tipi come lei, così demodè, così fuori tendenza eppure dannatamente sicuri di sé a rovinare la vita a quelli come me…”
Oscar si ritrovò imprigionato in un angolo. Il dottore gli era terribilmente vicino, ed ora non sembrava più un granchio ma un toro dagli occhi rossi e le narici dilatate all’inverosimile.
“Dottore…ma che profumo usa?”
Zac!fine dell’incantesimo. Se lo guardò, Lincoln, quel suo dito lungo, e ad un tratto comprese di aver oltrepassato la soglia del ridicolo, peggio delle terapie e pallottole di Billy Cristal. E si vide con un sacco appeso ad un bastone, mentre vagava veniva consacrato alla vergogna.
Silenzio. Guance imporporate, sguardo lucido. Ma nemmeno un capello fuori posto.

Lincoln tornò a sedersi.
E poi una risata liberatoria, prima lenta, soffocata, poi sempre più euforica, da scuotergli violentemente il petto, le spalle, la mente piena di libri. Sembrò non riuscire a fermarsi.
Oscar infilò le mani nei suo jeans ultimo modello, così larghi che avrebbero potuto contenere un paio di bambini, piegò la testa da un lato e non poté fare a meno di cominciare a ridere anche lui.

"Certo che anche lei ne ha di guai, eh? Dottore,  perché non viene al mio locale stasera? E' solo per le donne ma potrei riservarle una saletta speciale. Così si rilasserà."

“Non dovremmo avere rapporti al di fuori di questo studio, Oscar, lo sai.”

“Beh, dopo lo sfogo temo di dover essere io quello che dovrà darle un...diciamo pure un contributo.”

“Ma no…anzi, mi scuso per…”

“Lincoln!”

“Va bene, va bene. In fondo...si tratta solo di un drink…”

jayperry alle 12:09 in: charlotteville
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lunedì, 30 aprile 2007
Lo guardò con un ghigno soddisfatto:la sua vendetta stava per compiersi.
Prese un paio di cubetti di ghiaccio e li stese sul petto villoso del suo amante. Lui sorrise di piacere: -Ci sai sempre fare Miranda- disse soddisfatto, agitando le braccia assicurate alla spalliera di ferro del letto, con due deliziose manette pelose e rosa.
“Non sai quanto!”si disse la donna.
-Ti piace tesoro?
-Sì, Miranda, sì…ma quando comincia il nostro giochetto?Sono eccitatissimo…
-Via…non essere impaziente.
Miranda si chinò sul frigo accanto al comodino in legno di noce, e prese due altri cubetti di ghiaccio. Si risollevò lentamente, complimentandosi per la sua astuzia. Si concesse un ultimo istante per osservare i cubetti contro la fioca luce rossa della lampada. Sorrise. Qualcosa brillò nel suo sguardo per una frazione di secondo. Odio puro. Si girò verso John, e gli bagnò le labbra con il ghiaccio. Poi, osservando l’uomo che si agitava, visibilmente desideroso di “concludere”, gli disse:
-Tesoro, ora faremo un gioco.
-Tutto ciò che vuoi bambola.
-Ora ti lascerò questi due cubetti sulla pancia. Cerca di non respirare troppo forte, potrebbero scivolare e…
John rise con l’aria di chi la sa lunga.- Ma piccola, è proprio l’effetto che vogliamo no?
-Taci, idiota!- urlò Miranda con voce stridula -Quando quei due cubetti di ghiaccio si saranno sciolti tu morirai, perciò vedi di godere i tuoi ultimi respiri.
John socchiuse gli occhi, godendo la freschezza che si stava estendendo alle ossa. Quelle parole davano il giusto tocco alla loro recita sadomaso, pensò.
Click.
John girò lo sguardo. E i suoi lineamenti s’indurirono in una smorfia di terrore: Miranda era si era seduta su di lui e stava armeggiando con una piccola pistola grigia metallizzata. Non era un esperto di armi ma chiaramente quello non era un giocattolo. Cominciò a sudare.
-Miranda…cosa fai con quell’arma?Mettila giù.
-Mmm…ma come, non ti piace questo giochetto sexy…aspetta di vedere la frusta…
-Miranda..ma, no, dai, non amo queste cose, sai che…
-Potevi pensarci  prima di portare a letto mia figlia, bastardo!
Gli occhi sapientemente truccati divennero due fessure nere.
-Ma…Miranda, che dici…avevi detto che avremmo superato questa crisi e…
-E tu, mio bel psicologo del cavolo ci eri cascato, eh?
Gli indirizzò uno sguardo gelido-Sai cosa mi turba di tutto questo: che di tutte le puttane che potevi scegliere, tu sia stato a letto con mia figlia. Mia figlia, dannazione!Una donna di venticinque anni più giovane di me!Devi pagare per questo affronto, John.
-Ma io ti amo!
Una grottesca risata uscì dalle labbra al silicone della prostituta.
-Sai, disse, mentre scendeva a prendersi una sigaretta- ho pensato più volte a come ucciderti.
-Io…io non capisco…-il volto di John era cereo.
-Ah no?A te posso anche dirlo, dato che hai i secondi contati.- John guardò il suo petto…ormai c’era solo acqua sul suo petto. Guardò la sua amante con un’espressione supplichevole.
-Oh, non preoccuparti, John, voglio prima finire la mia sigaretta mentre mi dondolo per l’ultima volta su di te. Tutto sommato, abbiamo sempre fatto scintille a letto no?
Il pover’ uomo annuì, sperando di riuscire ad accattivarsi la donna. La pistola non era altro che un accendino, e lei lo usò per accendere le Marlboro rosse che tanto amava prima di gettarlo sul tappetino rosa. Aveva l’aria di divertirsi molto. Cominciò a muoversi sinuosamente su di lui,  tra una boccata di fumo e l’altra che buttava fuori con una lentezza esasperante, e producendo, incredibilmente, una piacevole sensazione in quel corpo virile ormai tremante, come sempre del resto. Lei sapeva come rendere schiavo un uomo anche solo sospirando sul suo collo. Ecco perché tutti chiedevano ancora di lei.
-Vedi, John, ho 50 anni ed una figlia che non ho mai amato. Ho fatto dieci operazioni chirurgiche grazie al quale ne dimostro 20 di meno. Il mio bordello vanta clienti raffinati, ed è una casa di piacere discreta ed elegante. Pensavo di non dover attendere che la morte ma poi…- scese a spegnere la sigaretta nel posacenere di vetro.-…ma poi ti ho conosciuto e mi sono innamorata. Ti ho trattato come un re e ti ho perfino consentito di baciarmi sulle labbra…hahahaaa…Che sciocca sono stata. Se non mi avessi tradita con quella sciocca di mia figlia, se non mi avessi umiliata con una donna più giovane di me…io ti avrei lasciato ogni mio avere. Un impero!
-M…Miranda, amore mio…
-Ma tu-continuò la donna fingendo di non aver sentito- tu non hai apprezzato tutto ciò. Cos’ho che non va? Sono bella, ricca, giovane! Cosa diavolo c’è in me che non va, brutto bastardo!
Gli colpì il petto senza forza, lasciando che grosse lacrime le scivolassero sui perfetti seni pieni.
-Miranda…non sapevo fosse tua figlia, è stato un attimo di debolezza, perdonami, perdonami, giuro che sarò sempre tuo…toglimi queste manette, voglio accarezzarti. Amore...Stella..
-Ah, dunque ora mi chiami con il mio nome da puttana? Mi hai sempre considerato così non è vero? Solo una misera puttana marcia…– Miranda si alzò come una furia e prese quattro cubetti di ghiaccio. Li aveva già disposti dentro una bacinella di plastica, per non dover perdere tempo quando fosse giunta l’ora della vendetta. L’uomo gemette…cominciava a sentire freddo…era stremato e cominciava a capire la fredda furia omicida della donna. Non aveva scampo. Si dimenò sul letto, finché Miranda lo schiaffeggiò, innervosita.
-Ora Stella ti farà vedere cosa significa lavorare in un bordello.- gli sussurrò ironicamente- Considerati fortunato, sarai il mio cliente speciale.
Cominciò a torturarlo, stuzzicando i suoi punti più sensibili, seduta a cavalcioni su di lui, continuando a muoversi su di lui, mentre il ghiaccio si scioglieva lentamente…
Lentamente…
Lentamente…
…e lentamente si consumava quel maiale di John, diviso tra la lussuria, il suo vizio dall’età della pubertà- ed ora a quanto pare la sua dannazione- e la paura di morire.
Gli sembrò di udire una voce femminile da lontano, una voce roca che diceva:
-Sei il mio giocattolo e sto per averne abbastanza di usarti…sto arrivando all’apice del mio divertimento…non mi servi più…
Miranda lasciò che l’ultimo grido di passione riempisse la stanza poi il suo corpo s’irrigidì nell’immobilità più totale, ed i suoi occhi neri e grandi, così maliziosi e belli, guardarono il volto dell’unico uomo che avesse mai amato, l’espressione beata di chi ha raggiunto il Paradiso. Che schifoso!
La donna si sporse appena sull’enorme letto a forma di cuore, piegandosi impercettibilmente sul suo fianco destro per prendere la pistola nascosta fra le lenzuola. Poi volse lo sguardo in alto, dove uno specchio appeso al soffitto, appena reclinato verso di loro, offriva lo spettacolo di due corpi nudi, sudati, perfetti, incastrati fra loro.
Click.
John aprì gli occhi di scatto.
Ogni parola, ogni respiro gli rimase bloccato in gola.
Era troppo tardi per parlare.
Era già morto.
E con lui, anche l’anima di Miranda.
jayperry alle 00:01 in: charlotteville
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